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FUCI Padova
Gruppo FUCI di Padova

RAPPORTO STATO-CHIESA

5/23/2007

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Dato che siamo stati invitati a prendere parte ad una discussione sul rapporto Stato-Chiesa per i giovani all’inizio del terzo millennio, abbiamo incentrato la riunione di oggi su questo tema.

I nostri punti di riferimento sono la Costituzione e la Dottrina Sociale della Chiesa.
La prima osservazione è partita da uno dei principi della Dottrina: la partecipazione. Nel capitolo a riguardo si invita alla creazione di una comunità globale che sappia superare le frontiere dei singoli Stati; cosa che invece non è presente nella Costituzione: se le disposizioni internazionali sono anticostituzionali, l’Italia ha diritto a bloccarle.

La seconda osservazione riguarda invece il ruolo dei cattolici in quanto cittadini. Espressione della cittadinanza cresce e si modifica a seconda del ruolo che uno ha. Il fatto di essere cristiani può aiutare anche ad essere cittadini in maniera responsabile, perchè molte espressioni della vita del cristiano (responsabilità, solidarietà...) favoriscono anche la cittadinanza.

La nostra attenzione si è quindi spostata sul tema del rapporto Stato-Chiesa, sulle spinose quanto attuali problematiche del diritto della Chiesa di esprimere la propria posizione.
Si è fatto presente che lo Stato deve garantire per quanto possibile i diritti di tutti ed è espressione della maggioranza; quindi se la maggioranza non condivide la stessa visione cristiana è legittimo che le leggi possano andare contro alla morale cristiana. Però non è democrazia imporre alla Chiesa il silenzio; essa ha comunque il diritto di chiedere ai cristiani di seguire certi valori. 
Inoltre bisogna distinguere quando il clero parla solo ai credenti e quando si rivolge alla società intera; spesso infatti si prende come una volontà di imporre le proprie idee, quando invece il messaggio è rivolto solo a chi crede. 
Quando la Chiesa parla alla società, lo fa con l’idea di proporre un modello positivo, come per altro succede per altre correnti politiche. Se un cattolico crede che certi atteggiamenti possano essere dannosi per la società in cui vive ha il diritto di criticarli, pur rispettando ed accettando quelle che sono le leggi dello Stato.
Il cattolico impegnato in politica deve essere pienamente cosciente della necessità di giungere ad un compromesso e soprattutto dello scarto sempre esistente tra quello che è il suo ideale ispirato al Vangelo e quello che potrà effettivamente realizzare. Inoltre egli parla a titolo personale, non a titolo della Chiesa, e deve essere pronto ad assumersi le proprie responsabilità, senza avere la pretesa di avere sempre e comunque il consenso da parte del clero. Qui si innesta poi il problema tutto interno alla Chiesa del come gestire queste situazioni, calcolando i pro ed i contro per evitare di creare fratture o isolamenti.

 Scritto da Bianca il maggio 29 2007 11:39:02
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Costituzione Parte II

5/16/2007

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L’incontro è stato tenuto da Marta Paccagnella.

La parte II della costituzione riguarda l’organizzazione dello Stato. Essa si basa sulla separazione dei poteri, necessaria per garantire la democrazia. Comunque nessun Paese ha mai attuato una divisione drastica dei poteri per esigenze di coesione dello Stato.
Il potere legislativo è la facoltà di emanare leggi ed è detenuto dal Parlamento, in quanto legittimato dal popolo.
Il potere esecutivo riguarda invece l’attuazione delle leggi ed è delegato al Governo.
Il potere giudiziario è affidato alla Magistratura.

Si possono quindi analizzare singolarmente i tre organismi ai quali sono affidati e poteri.

§ Parlamento

E’ eletto dal popolo ed ha anche il compito di eleggere per un terzo i membri della Corte Costituzionale, che ha il compito di verificare se le leggi sono conformi alla Costituzione, e del CSM, che è l’organo superiore della Magistratura.
Il Parlamento è composto da due Camere, quella del Senato e quella dei Deputati. Emana leggi ordinarie ed autorizza o meno i decreti emanati dal Governo; questo per garantire un maggior controllo e maggiori garanzie, dato che del Parlamento fanno parte anche minoranze e l’opposizione.
L’articolo 71 dice che l’iniziativa di legge spetta al Governo, a ciascun membro delle camere ed al popolo (con un numero minimo di sottoscrizioni). Il testo di legge viene presentato e discusso prima in generale, poi viene votato articolo per articolo. Se valutato positivamente da una Camera, viene sottoposto al giudizio da parte dell’altra, che può chiederne modifiche; in tal caso la prima Camera provvede ad effettuarle ed il procedimento viene reiterato. Prima di entrare in vigore deve essere promulgata anche dal Presidente della Repubblica e diventa effettiva dopo 15 giorni dalla pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale.

§ Governo

E’ legato al Parlamento, che ne controlla l’operato, da un rapporto di fiducia. Il Governo illustra il proprio programma al Parlamento, che vota la fiducia. Questa può essere chiesta anche per verificare la maggioranza di fronte a proposte importanti. Se non viene data vi è l’obbligo di dimissione del ministro o del Governo.
Al Governo possono essere fatte interrogazioni ed interpellanze per conoscerne la condotta da parte del Sindacato Ispettivo.
Le attività di competenza del Governo sono disciplinate da leggi del Parlamento.
Esistono atti aventi forma di legge:
- Decreto legislativo: il Parlamento dà una delega per disciplinare una certa materia ed in cui specifica i limiti a cui il Governo deve attenersi
- Decreto legge: può essere fatto senza delega in situazioni impreviste. Il Parlamento controlla a posteriori nei 60 giorni successivi; se non convertito in legge perde di efficacia.
Alcune materie, come l’amnistia e l’indulto, sono escluse da questi atti.

§ Magistratura

Ha mantenuto un’autonomia completa dagli altri due organismi; è soggetta unicamente alla legge.
Effettua un controllo sulle leggi: se viene riscontrata l’incostituzionalità di una norma, il giudice solleva il problema alla Corte Costituzionale chiedendo se ritiene la legge conforme o meno. La Corte è quindi un limite legislativo; può privare di efficacia leggi e atti.
La magistratura viene nominata per concorso, in modo tale da essere svincolati dalla forza politica e da garantire l’imparzialità.

La Costituzione può essere soggetta a modifiche, ma con un procedimento lento e diverso dall’iter che porta alla modificazione delle leggi.
Non è sufficiente la maggioranza semplice (metà più uno), ma è necessaria la maggioranza di due terzi; se non viene raggiunta, non è possibile far passare la modifica.
Può anche essere richiesto un referendum per porre un veto; a differenza degli altri referendum, che sono abrogativi, questo è approvativo e non necessita del quorum minimo.

Un’ultima panoramica sulla legislazione. Dal 2001 è stata approvata una riforma per le competenze legislative. Lo Stato ha competenze esclusove su materie quali politica estera, immigrazione, difesa, organi dello Stato...
Altre sono di competenza di entrambe, nel senso che le Regioni possono legiferare, ma rimanendo nei vincoli imposti dallo Stato. Le Regioni autonome godono invece di maggiori autonomie.

 Scritto da Bianca il maggio 22 2007 21:41:54
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I principi della Dottrina Sociale della Chiesa

5/9/2007

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In questo incontro ci siamo divisi in gruppi per analizzare i principi della Dottrina Sociale della Chiesa ed eventualmente confrontarli con la Costituzione.

II. Principio del Bene Comune

Per “Bene Comune” si intende una condizione della vita sociale che permette di raggiungere la perfezione; riguarda il benessere sia morale che materiale. Il “Bene Comune” deve essere il fine della società, così come il bene è il fine ultimo per il singolo; l’intera società è quindi chiamata ad adoperarsi, secondo le proprie capacità ad i propri mezzi. I singoli si devono impegnare (ad esempio difendendo la persona, la pace, l’ambiente...) e lo Stato deve garantire la coesione necessaria per favorire il raggiungimento di tali scopi, per armonizzare ed integrare gli interessi di settori diversi.
Il “Bene Comune” ha un significato universale, in relazione al fine ultimo, che è Dio.

IV. Destinazione universale dei beni

E’ uno dei diritti fondamentali dell’uomo: il mondo, in quanto creato da Dio, è un bene universale, un bene di cui devono godere tutti gli esseri umani. Lo Stato deve quindi avere come fine la destinazione universale dei beni di qualsiasi tipo (culturali, economici, materiali...). Politica ed economia dovrebbero essere impostate secondo questo criterio.
Questo non presuppone la collettivizzazione dei beni; la proprietà privata resta un diritto, un mezzo attraverso cui l’uomo può svilupparsi; però non deve ostacolare la destinazione universale. In tal caso non è più un diritto. Un esempio per attualizzare potrebbe essere quello dell’acqua: è giusto che poche multinazionali ne detengano il commercio e che ci siano intere popolazioni che invece ne sono private?
Il ruolo della politica dovrebbe essere quello di dare un criterio per favorire questo scopo; l’attuale problema è che mancano organismi sovranazionali che siano in grado di assumere questo ruolo di controllo.
Tale idea nasce dall’insegnamento stesso di Gesù, dalla sua attenzione verso i più poveri e deboli, in cui si è identificato. La povertà è insita nella condizione umana a seguito del peccato; può essere sconfitta solo nel momento in cui si riconosce nell’altro un fratello.

V. La Partecipazione

Il concetto di Partecipazione nella Dottrina Sociale della Chiesa non è diverso da quello laico. Essa è considerata un diritto ed un dovere, come è specificato anche nella Costituzione. La differenza è che in questo caso si vuole favorire ed arrivare alla costituzione di una comunità internazionale.
La Partecipazione è anche un’espressione del principio di sussidiarietà; da essa nasce il bisogno di impegnarsi nella vita sociale e civile della Stato. 
E’ legata anche all’umanità della persona ed alla dimensione della crescita personale (cosa che invece non viene enfatizzata nella Costituzione).

VI. Il Principio di Solidarietà

Il principio è legato all’intrinseca socialità della persona umana ed all’attualissimo problema/risorsa delle interdipendenze tra uomini e popoli. Si fa riferimento, come anche nella Costituzione, al legame esistente con l’uguaglianza di tutti in dignità e diritti.
La solidarietà è vista innanzitutto come principio sociale ordinatore delle istituzioni in base alle quali dovrebbero ispirarsi leggi e regole di mercato. E’ anche una virtù morale,non un sentimento di compassione, e sociale, che spinge di impegnarsi per il bene comune. Esistono infatti stretti legami tra solidarietà, destinazione universale dei beni, pace ed uguaglianza.
Tale principio richiede che gli uomini abbiano la consapevolezza di avere un debito verso la società in cui sono inseriti: sono debitori di tutte le condizioni materiali ed immateriali che rendono vivibile l’esistenza umana e che la vicenda umana ha prodotto.
Da ultimo, la solidarietà discende dal messaggio di Gesù, che ha amato gli uomini fino a morire per loro.

VII. Valori Fondamentali della Vita Civile

Sono principi atti a garantire e favorire lo sviluppo autentico dell’uomo e del mondo: verità, libertà e giustizia.
- Verità:
La convivenza ordinata si basa sulla verità. E’ anche collegata alla dignità dell’uomo. Bisogna quindi favorire l’attività educativa e l’impegno affinchè la ricerca della verità sia sempre perseguita.
- Libertà:
E’ il segno dell’immagine divina e della dignità di ogni persona. L’uomo ha il dovere di rispettare la dignità altrui.
La libertà è legata alla realizzazione della propria vocazione, alla manifestazione delle proprie idee politiche, religiose, del proprio stile di vita ed è realizzata in pienezza se esercitata in vista del bene comune.
- Giustizia:
E’ intesa come Stato di Diritto, leggi, ma anche come giustizia sociale, legata al riconoscimento nell’altro di una persona umana; quest’ultimo concetto supera la visione di giustizia specificata nella Costituzione.
Ciò che è giusto non è determinato da una legge, ma prima di tutto dall’identità dell’essere umano; i valori si rifanno quindi ad un principio trascendente, che va al di là delle norme.


 Scritto da Bianca il maggio 22 2007 21:42:45
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Atti degli Apostoli (6,7-8,3)

3/14/2007

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L’incontro è stato tenuto da don Marco. 

Dopo aver letto il brano scelto, che riguarda la vicenda di Stefano, siamo partiti da due domande:
- cosa di questa lettura sentiamo come estraneo?
- cosa sentiamo centrare con la nostra esperienza?
I primi versetti (8, 15) sono parsi strani a molti, per il fatto che Stefano viene presentato come di natura divina, compie miracoli, ha il volto come quello di un angelo.Anche il versetto 54 è estraneo alla nostra comune esperienza: di solito chi non crede mostra indifferenza, più che indignazione.
Le parti che alcuni sentivano più vicine sono i versetti 59-60, dove Stefano chiede sostegno a Dio nel momento della prova. 
Abbiamo quindi analizzato il testo ed avviato un dibattito sul tema della testimonianza e del martirio, attualizzato ai giorni nostri.
Gli apostoli annunciano il kerigma, ovvero Gesù figlio di Dio, venuto sulla terra, morto e risorto. Anche Stefano presenta la storia della salvezza in chiave messianica. La reazioni dei suoi uditori non è positiva: essi non comprendono e soprattutto non accettano il messaggio, che suona come bestemmia perchè contro la loro concezione di Dio.
La vicenda di Stefano ricalca la morte di Gesù, come a dire che questo è ciò a cui andranno incontro i discepoli, i testimoni.
Nell’ultima parte si parla di una persecuzione contro i cristiani, che ne causa la loro dispersione: proprio questa vicenda dolorosa è il seme fecondo per la diffusione del cristianesimo fuori da Gerusalemme. 
Anche oggi possiamo trovarci in situazioni di “persecuzione”. Abbiamo quindi provato a vedere quali possono essere.
Un primo esempio è la costruzione ad opera dei media e dei giornali di un nemico per attaccarlo, ad esempio riportando parti frasi che tolte dal loro contesto risultano snaturate e sono facile causa di incomprensioni. Come ai tempi di Stefano, anche oggi la menzogna può causare numerosi problemi.
Nella nostra piccola vita di tutti i giorni si può invece parlare di un “martitio psicologico”, nel senso che spesso non in tutti gli ambienti ci si comporta alla stessa maniera o si afferma quello in cui si crede, per paura dei giudizi altrui, veri o presunti. Oppure quando ci si trova a fare delle scelte che ci obbligano a giungere a compromessi che non vorremmo con certi valori a cui crediamo.
Anche l’indifferenza può essere a volte una forma di martirio, perchè è un affermare che non si vuole un confronto, si tratta la Fede come una questione già stata affrontata (sarà vero?) e messa via.

 Scritto da Bianca il maggio 22 2007 21:39:59
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INCONTRO con MARCO FERRERO

2/14/2007

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Mercoledì 14 abbiamo avuto come ospite l’avvocato Marco Ferrero, impegnato nell’associazione Migranti e membro della presidenza delle ACLI.

Il suo discorso si è sviluppato a partire da una domanda posta dal gruppo, ovvero in che misura gli stranieri presenti in Italia possono essere considerati un costo o una risorsa.
Innanzi tutto ci ha posti di fronte al problema di uscire da questo dualismo ed in generale di cercare un approccio al problema guardandolo nella sua complessità, non solo da come viene presentato dai media, che spesso ne danno solo una visione parziale.
Fino ad ora per la legge italiana l’immigrazione è stata considerata un fenomeno da regolare, senza alcun riferimento a quello che può essere l’incontro tra le culture. Sarebbe invece anche da valorizzare la dimensione del progetto individuale e della persona umana.
Tornando al problema dei costi, si è visto che l’immigrazione irregolare può effettivamente portare a delle spese per lo Stato: ad esempio in caso di interventi sanitari urgenti e necessari che sono garantiti ai clandestini; le spese per l’espulsione immediata; i costi di costruzione dei centri di permanenza temporanea. In realtà ci è stato fatto presente che gran parte di queste spese sono coperte da un Fondo costituito con i contributi versati dai lavoratori stranieri che decidono di far ritorno nel Paese di origine e che provvedimenti come l’espulsione immediata (che prevede poi 10 anni di interdizione al rientro in Italia) sono in realtà poco applicati (solo 50% dei casi).
I costi possono essere compensati dal fatto che in un Paese come l’Italia, dove la natalità è molto bassa, ci sia bisogno di manodopera.
Abbiamo quindi parlato del problema della clandestinità, che spesso viene presentato dai media legato solamente alla criminalità.
La legge tratta in maniera uguale tutti i clandestini, sia onesti che disonesti, ovvero prevede l’espulsione immediata o la reclusione nei centri di permanenza temporanea.
Il fatto è che vi è un approccio monolitico al problema senza osservarne le varie sfaccettature.
Spesso viene scelta la strada della clandestinità anche perchè non vi sono altre vie possibili di giungere legalmente in Italia, a causa di problemi burocratici e legislativi. L’unico meccanismo è infatti al “chiamata nominativa”: si suppone che l’imprenditore che ha bisogno di manodopera mandi una richiesta ad uno straniero (che al momento della chiamata deve trovarsi nel Paese natale), il quale può successivamente recarsi all’ambasciata per chiedere il visto di entrata in Italia. Inoltre l’imprenditore potrà richiedere lavoratori stranieri solo il giorno in cui viene pubblicato il “decreto flussi”. L’idea di base è però errata: un imprenditore, specialmente in zone come il Veneto, dove sono presenti piccole aziende in cui vi è uno stretto rapporto tra dipendenti e lavoratori, non andrà certo a richiedere persone che non conosce. Capita così che l’imprenditore scelga il lavoratore clandestino (con rischi penali di entrambe) che si dimostra un buon lavoratore.
Questo approccio errato non è mai stato risolto da nessun governo italiano. Basta pensare che le sanatorie per regolarizzare gli immigrati sono state fatte in media ogni 4 anni; il che ha fatto sì che l’80% degli immigrati sono attualmente regolari grazie a questo provvedimento. 
In questi ultimi anni si sta poi verificando un fenomeno interessante: la creazione di associazioni di immigrati per risolvere le proprie esigenze in campo sociale e politico.

 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:40:34
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TITOLO IV RAPPORTI POLITICI

2/7/2007

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Definiscono lo status di “cittadino” e la sua possibilità di partecipazione alla vita politica del Paese, partecipazione che può essere attiva (diritto di voto, adesione a partiti) o passiva (essere eletti). Vengono definiti i diritti ed i doveri a livello politico.
Alcuni articoli possono sembrarci scontati oggi, ma si deve tener conto del periodo in cui sono stati scritti, ovvero dopo il regime fascista.

Art. 48

Garantisce che vengano considerati cittadini sia gli uomini che le donne. Tutti i cittadini maggiorenni sono elettori; per maggiore età si intendono 18 anni per la Camera (in origine erano 21 anni) e 25 per il Senato.
Il voto è personale, non può quindi avvenire per procura, libero e segreto. L’esercizio del diritto di voto è dovere civio. Ci possono essere delle limitazioni a tale diritto in caso di sentenze penali irrevocabili, indegnità morale, incapacità civile.
La Costituzione non sancisce quale legge elettorale deve essere rispettata, per cui quest’ultima può essere modificata con la maggioranza parlamentare.
Il diritto di voto è garantito anche ai cittadini italiani residenti all’estero tramite un’apposita Circoscrizione.
Si inserisce il problema del diritto di voto esteso anche agli immigrati.

Art. 49

Garantisce il diritto per i cittadini di aderire a partiti politici. Un partito è un’associazione che persegue interessi politici di carattere generale; si differenziano dalle sette per la loro pubblicità. Essi si associano per dare un’organizzazione democratica allo Stato; per tanto anche la loro organizzazione interna deve essere democratica e non possono istigare all’uso della violenza.
Non possono per legge assumere simboli già in uso da altri o simboli religiosi; il partito fascista non può essere ricostituito.
I partiti non hanno personalità giuridica, in modo tale da avere maggiore autonomia; questo ha però portato anche ad abusi (tangentopoli).

Art. 50

I cittadini possono presentare petizioni. Una petizione è un atto per presentare alle Camere esigenze particolari; è una forma di democrazia diretta, che non richiede un numero minimo di firmatari e che le Camere sono obbligate (teoricamente) a prendere in considerazione.
Realmente non sono mai state presentate petizioni; ci si chiede se questo avvenga per mancanza di seno civico da parte dei cittadini italiani.

Art. 51

Garantisce la parità di uomo e donna nell’accesso alle cariche elettive ed agli uffici pubblici (Ministeri, organi dello Stato…).
Si fa riferimento anche agli “italiani non appartenenti alla Repubblica”, ovvero italiani che hanno preso altra cittadinanza; essi possono essere riammessi alle cariche elettive. 
Chi viene eletto per un incarico pubblico può conservare il posto di lavoro. Si inserisce quindi un dubbio sulla giustizia di questo provvedimento, per lo meno per quanto riguarda cariche di un certo livello d’importanza, che porta l’eletto ad avere due stipendi.

Art. 52

Per difesa del Paese non si intende solamente la difesa con le armi, ma anche la difesa dei valori, delgi ideali che esso rappresenta.
Vengono garantiti i diritti di cittadino anche a chi presta il servizio militare, il quale non è più obbligatorio. Con l’abolizione della leva obbligatoria sembra stata eliminata anche la possibilità di scegliere l’obiezione civile e manifestare così apertamente il proprio rifiuto della guerra; un’altra rilettura del provvedimento vede invece l’inserimento di una terza via: non scegliere.

Art. 53

Stabilisce che tutti, non solo i cittadini, concorrano alle spese pubbliche. Questo perché le spese pubbliche dovrebbero servire a migliorare la vita di tutti. 
La capacità contributiva dipende dall’idoneità del soggetto, anche se il modo di misurare tale idoneità rimane un criterio relativo.
Il sistema tributario è basato sul criterio di progressività.


Art. 54

I cittadini hanno il dovere di prestare fedeltà alla Repubblica, ovvero di rispettarne i valori fondamentali. Non comporta comunque limitazioni alle libertà fondamentali sancite nei Principi Fondamentali.
La formulazione di questa frase comporta un dubbio: non si fa riferimento ai doveri di fedeltà di immigrati. Si è giunti alla conclusione che questo può essere dovuto al fatto che chi non è ancora cittadino ha libertà di scegliere se accettare i valori dello Stato o no.
Il giuramento è previsto per il Capo dello Stato, i Giudici della Corte Costituzionale, i Ministri. 

 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:39:21
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BANCA ETICA

1/31/2007

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Abbiamo avuto come ospite Giovanni Susini, che ricopre il ruolo di Coordinatore dei Soci di Banca Etica.

Il sig. Susini ci ha parlato del funzionamento e delle finalità di questa banca, che vuole presentarsi come un’alternativa alle modalità di gestione delle banche tradizionali.
Egli è un socio, ovvero un privato che acquista quote della banca; un socio non è nè un impiegato, nè un dipendente.
Banca Etica è un’impresa commerciale no-profit, senza finalità di lucro. E’ una banca a tutti gli effetti, soggetta a tutte le normative della legge italiana che disciplinano tali istituti. Vive degli stessi meccanismi di qualsiasi altra banca, ma cerca di introdurre in essi un’etica. In particolare cerca di porre l’attenzione più agli effetti che il denaro produce quando è usato, che al denaro stesso.
Come qualsiasi altro istituto bancario, anch’essa concede dei prestiti che devono ovviamente essere restituiti. Però per concederli richiede garanzie personali (ad esempio persone che garantiscano che il progetto da finanziare sia fondato e possa dare buoni frutti) ed oltre ad un’istruttoria tecnica, esegue anche un’istruttoria etica, informandosi sul comportamento di chi chiede il prestito (ad esempio valutando il rapporto tra un datore di lavoro ed i dipendenti/sindacati...).
Si rivolge particolarmente al mondo dell’associazionismo, nonchè ad iniziative per finanziare progetti in Paesi in via di sviluppo, che spesso non sono presi in considerazione dalle altre banche.
La motivazione di fondo di questa iniziativa potrebbe essere riassunta nella seguente domanda: il denaro è un valore o uno strumento?
Il sig. Susini ci ha quindi riportato un brano del recente premio Nobel per la pace, l’economista Muhammad Yunus, il quale si è accorto che il problema che inchioda alla povertà molte persone, è la mancanza di un piccolo capitale per dare l’avvio ad una qualche iniziativa lavorativa e che costringe a dover fare lavoretti saltuari per poter sopravvivere. Problema che aveva scoperto parlando con le fasce più deboli della popolazione, per lo più donne, costrette ad esempio a contrarre un debito al mattino per avere le materie prime necessarie ad impagliare sgabelli da rivendere in giornata per ripagare il debito col fornitore.


 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:33:31
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TITOLO III RAPPORTI ECONOMICI

1/24/2007

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Questa fu la parte più discussa ed in cui si risentì maggiormente dello scontro ideologico tra le forze cattolico liberali, a favore di un’economia basata sul libero scambio, e quelle di stampo comunista e socialista, che prevedevano un’economia pianificata.
Si giunse al compromesso che prevedeva di realizzare un’economia di tipo capitalista, accompagnata però da correttivi pubblici per tutelare al persona umana ed evitare di dare più importanza al capitale che al lavoro ed al lavoratore.

Art. 35

La Repubblica tutela il lavoro; lo Stato si cura della formazione ed elevazione professionale dei cittadini attraverso varie forme, come corsi d’aggiornamento, tirocini...
Riconosce anche la libertà di emigrazione e promuove gli accordi e le direttive europee inerenti all’ambito lavorativo.

Art. 36

Stabilisce che la giornata lavorative e le ferie, che sono un diritto/dovere inalienabile del lavoratore, debbano essere stabilite per legge (in realtà sono tutt’ora stabilite dai singoli contratti di lavoro).
Il lavoratore ha diritto ad uno stipendio che garantisca il suo sostentamento e quello della famiglia. Questo appare molto attuale alla luce dei problemi introdotti dalla flessibilità del lavoro. 
Risulta comunque difficile stabilire cosa si intenda per “assicurare...un’esistenza libera e dignitosa”, quali sono i bisogni considerati necessari in una società dove il consumismo spesso domina.

Art. 37

Si afferma la parità della donna all’uomo in ambito lavorativo; le devono essere riconosciuti gli stessi diritti, al stessa retribuzione ed anche la possibilità di svolgere il suo ruolo di madre.
Tale articolo risente del fatto che nel periodo in cui è stato scritto spesso le donne venivano pagate meno, ma è ancora molto attuale: basta pensare alle difficoltà che può incontrare una donna con figli ad essere assunta, o alla difficoltà (se non impossibilità in certi casi) di conciliare famiglia e carriera.
L’articolo fu anche molto dibattuto dalle femministe, per il fatto che sembra asserire che solo la donna abbia una funzione fondamentale all’interno della famiglia.

Art. 38

L’articolo prende in considerazione le cosiddette “categorie protette”, ovvero coloro che sono inabili al lavoro e che lo Stato deve mantenere. Inoltre i lavoratori hanno diritto a vedere assicurati i mezzi di cui necessitano in caso di infortunio, malattia, disoccupazione involontaria (previdenza sociale).

Gli articoli in mezzo sono stati solo letti.



Art. 43

Lo Stato può mettere sotto il suo monopolio alcuni servizi pubblici essenziali di interesse generale (luce, gas...). Attualmente si procede in senso contrario, data l’impossibilità da parte dello Stato di gestire tali servizi.

Art. 44

L’articolo risente del periodo in cui è stato scritto, quando vi era ancora necessità di bonifica, problemi dovuti a grandi latifondi, un’economia basata soprattutto sull’agricoltura. Gli aiuti per far fronte a queste problematiche erano necessari per garantire la sopravvivenza.

Art. 45

La repubblica garantisce la funzione sociale delle cooperative, intese come organizzazioni con alcuni requisiti:
- gestione democratica dell’attività economica
- “porte aperte” a chiunque volesse entrare a farne parte
Considerate importanti perchè potevano garantire anche un miglior rendimento dell’attività economica e considerate socialmente vantaggiose.

Art. 46

Riconosce il diritto dei lavoratori di formare sindacati. Si pensa di creare maggiore collaborazione tra operai e dirigenti. Tale tentativo non diede frutti sia per la gelosia della classe dirigente verso i propri privilegi, sia per il comportamento dei sindacati, interessati più ad instaurare un clima di opposizione che di dialogo.

Art. 47

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio. In questo articolo traspare si fa riferimento ad un sistema bancario etico. 
Attualmente c’è un garante (CONSOB) che dovrebbe controllare, ma i problemi di mancanza di eticità, truffe sono ancora molto attuali.


 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:29:46
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LETTURA dell' ARTICOLO DI GIANPAOLO DIANIN

1/17/2007

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In questo incontro abbiamo preso in esame alcuni articoli scritti da Giampaolo Dianin, che non è potuto essere presente in questa riunione come ospite.
Il tema trattato riguarda una problematica di grande attualità: matrimonio e coppie di fatto.

Convivenza e unioni realtà diverse

Si deve innanzi tutto distinguere tra convivenza e unione di fatto: la prima è un generico e provvisorio stare insieme di due persone senza una precisa progettualità per il futuro. L’unione di fatto è la stabile coabitazione a prescindere dall’istituto matrimoniale.

Convivenza e unioni in Europa e in Italia

Il Parlamento Europeo in una risoluzione dell’8 febbraio 1994 invitava ad “aprire alle coppie omosessuali gli istituti giuridici a disposizione di quelle eterosessuali”.
La forma più conosciuta di riconoscimento sono i PACS, entrati in vigore in Francia nel 1999 come contratto patrimoniale tra persone etero e omosessuali con le seguenti caratteristiche:
- non si possono stipulare tra persone legate ad un matrimonio o altro Pacs
- si può scegliere tra la comunione dei beni o la divisione a metà delle spese
- se uno rompe il legame o muore, l’altro ha diritto a tenere l’alloggio
- serve un testamento per l’eredità
- dopo tre anni si hanno le stesse riduzioni d’imposta degli sposati
- stesse regole degli sposati per i figli

In Italia ci sono circa mezzo milione di coppie conviventi, di cui sembra che solo un terzo usufruirebbe volentieri dei Pacs. 
Sono stati introdotti i “Registri civili” in alcuni comuni, ovvero elenchi a cui le coppie di fatto si possono iscrivere ottenendo solo un riconoscimento formale di valore simbolico. Sono comunque poche le coppie che ne usufruiscono, anche perchè si tratta di registri con carattere simbolico, culturale e ideologico nei confronti del matrimonio.
Per quanto riguarda i Pacs in Italia ci sono alcune proposte di legge. Una è quella Grillini, che vuole equiparare al matrimonio le unioni sia etero che omosessuali.
Si fa leva soprattutto sulla richiesta di diritti per l’eredità, la previdenza, l’assistenza del partner in ospedale. 
Mentre nel Centro-destra non sembra ci sia volontà di aprire ai Pacs, nel Centro-sinistra è in corso un dibattito. Prodi afferma che non si possono negare i diritti alla casa, all’assistenza in ospedale, alla pensione. Rutelli propone “contratti di convivenza solidale”, cioè contratti di diritto privato che garantiscano i suddetti diritti.
Comunque in Italia le convivenze godono già di diritti e tutele. I figli illegittimi sono equiparati ai legittimi. Il convivente ha diritto a succedere nella titolarità del contratto di locazione in caso di decesso. La procreazione assistita può essere richiesta anche dalle coppie conviventi. Un lavoratore ha diritto al permesso retribuito in caso di decesso o infermità del coniuge o convivente. Il convivente ha diritto al risarcimento morale in caso di decesso del partner.
Questi diritti servono a tutelare il singolo individuo senza creare un nuovo istituto. Diverso è riconoscere alle persone che convivono dei diritti dall’assumere la relazione come giustificazione per il riconoscimento di essi.



Convivenza e unioni storia e cultura

Le coppie di fatto chiedono riconoscimenti per l’assistenza reciproca, diritti successori, reversibilità...come diritto di coppia e non del singolo. 
Sorge il dubbio del perchè non si sposino:
1. si percepiscono come autonome e individualizzate e cercano una relazione che lasci libertà personale
2. si considera il matrimonio ormai superato e si vede la coppia di fatto come una sua evoluzione
In effetti un’evoluzione nel modo di pensare la famiglia si è vista nel tempo. Basta pensare che mentre nel 1865 era vista come un’organismo unitario e comandato dal capofamiglia, con la costituzione e leggi successive si sono introdotte la parità dei coniugi, il divorzio, si è eliminato il reato dell’adulterio.
Vi possono essere alcune cause di questa nuova visione della vita di coppia:
1. Una crisi delle istituzioni
2. la fatica a fare scelte definitive
3. autonomia economica di entrambe i partner
4. difficoltà economiche, tempi lunghi di studio, difficoltà a trovare un impiego stabile
5. il venir meno del legame tra matrimonio, sessualità e fecondità
6. il fatto che i figli tendono a rimanere a casa sempre più a lungo
7. la tolleranza verso questi comportamenti in nome del rispetto del pluralismo
Tutto questo fa sorgere una grossa preoccupazione educativa, nel senso che si ha l’impressione che molti adulti abbiano rinunciato ad ogni intervento educativo in questo ambito. I Pacs insegnano a desiderare poco col rischio e minano l’ideale del matrimonio e della famiglia, che dovrebbe invece rimanere fondamentale per la vita sociale e l’educazione dei nuovi cittadini. Inoltre sembra che chi difende i Pacs vogliano diritti per difendere la propria libertà, ma nessun dovere.


 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:28:44
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1/10/2007

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Abbiamo studiato il TITOLO II della costituzione, che tratta famiglia, sanità e scuola.

FAMIGLIA

Art. 29

Si afferma che i diritti della famiglia, in quanto prima cellula della società, vengono prima di quelli dello Stato e della Repubblica. Quest’ultima si limita a riconoscerli come preesistenti; questi diritto sono naturali, nel senso che non sono scritti e non derivano da convenzioni tra uomini.
La famiglia è intesa come l’insieme di individui legati da uno stretto grado di parentela: padre, madre e figli. Necessita un atto pubblico perchè ha un ruolo sociale e richiede responsabilità inderogabili, da cui discendono i diritti.
Tale argomento è di grande attualità, basta pensare al problema delle coppie di fatto, istituzione che andrebbe a tutelare dei diritti come singole persone e non come famiglia.
L’indissolubilità del matrimonio non viene citata nella costituzione.

Art. 30

Viene garantita l’uguaglianza tra figli legittimi ed illegittimi. Quindi si parla del diritto di questi a ricevere un’educazione ed al dovere dei genitori di impartirla. Anche tali diritti/doveri sono naturali, nel senso specificato precedentemente.
Se i genitori non sono in grado di provvedere all’educazione dei figli, subentra lo Stato (principio di sussidiarietà).
I figli possono cercare la paternità entro i limiti previsti.

Art. 31

Prevede e demanda alle leggi le agevolazioni per garantire la formazione ed il sostentamento della famiglia, soprattutto nei riguardi delle famiglie numerose.
Ci si è posta la domanda se effettivamente lo Stato aiuti i cittadini in un caso particolarecome le adozioni.
Vengono garantiti gli istituti necessari, come asili nido, scuole materne, congedi di maternità...
Le leggi che regolano la maternità dovrebbero essere sempre imposte. Ci si è però chiesti se questo è sempre garantito nelle strutture private come le aziende.

SANITA’

Art. 32

La sanità è intesa sia come salute del singolo che come interesse collettivo. Quest’ultima idea è recente (riforma del sistema sanitario del ‘78) ed ha a che fare con la prevenzione, la sicurezza sul luogo di lavoro, nonchè al diritto alla pace ed alla giustizia.
L’articolo specifica che non si può obbligare un paziente a sottoporsi ad un certo trattamento sanitario, a meno che non costituisca un pericolo per la collettività; il paziente ha diritto a chiedere la sospensione di una cura. Idee che risuonano molto attuali alla luce del caso Welbi. In particolare si è messo in luce la mancanza di norme che stabiliscano quando vi sia accanimento terapeutico e la confusione che spesso si genera tra eutanasia (uccisione attiva del malato) e rinuncia ad una cura.

SCUOLA ED UNIVERSITA’

Art. 33-34

La scuola è aperta a tutti, senza distinzione di religione, sesso, razza...
Esiste il diritto di aprire scuole private a patto che non contrastino i principi generali dello Stato.
Ad esempio una sfida con cui ci dovremo sicuramente scontare è la creazione di scuole islamiche. 
Qui si è inserito una breve discussione sulla correttezza o meno di dare contributi economici alle scuole private. Due possono essere le visioni: 1. lo Stato mette a disposizione le sue scuole, quindi non deve dare contributi 2. lo Stato deve comunque garantire un contributo per aiutare una famiglia a provvedere alla formazione dei figli.
Lo Stato promuove la cultura nell’ambito della formazione ed impone la costruzione di scuole. E’ un diritto ed un dovere del cittadino quello di accedere all’istruzione fino al grado più alto. Qui si inserisce il problema del costo degli studi universitari, che possono precludere l’accesso all’università di molti ragazzi. 


 Scritto da Bianca il aprile 25 2007 21:27:01
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